Schegge di vetro

di Ludovica Farrelly

immagine di Arianna Vittoria Beffardi - Moosh illustrations

Immagine di Arianna Vittoria Beffardi – Moosh illustrations

Perso il controllo della nostra vita, smettemmo di mangiare.
Il peso era un qualcosa di concreto, tangibile. Ed era facilissimo da controllare.

Fu una sorta di esperimento, il tentativo di sollevare un velo misterioso che sfioravamo da anni senza mai capire davvero cosa fosse.
A noi piaceva mangiare. Ci piaceva anche parlare di diete, era un argomento così gettonato tra le ragazze, come la musica o i vestiti. Ragazzine quindicenni in dieta fissa dal nutrizionista, giorni in cui si annunciava il nuovo intento, per poi sfondarsi di dolci alla prima occasione.

Facevamo parte di quel gioco da tanto. A tredici anni, ballo di terza media, per mesi mangiammo spinaci per entrare nei vestitini di seta. Era evidente che con due chili in meno tutto sarebbe stato più bello. Seguimmo il rituale passivamente, ma, nonostante il successo del nostro piano, la festa fu abbastanza una merda.

Il dramma degli adolescenti è la loro fame incondizionata. Fame di cibo, di esperienze, di sensazioni forti per assaporare la vita. Fame di essere accettati, dagli altri e da sé stessi, fame di modelli su cui inventarsi un’identità.

Le nostre aspirazioni erano abbastanza scontate: bionde e lisce volevamo essere more e ricce. Per non omologarci, invece di Scarlett Johansson ci piaceva Keira Knightley, a Megan Fox preferivamo Uma Thurman e Kate Moss era il mito indiscusso.

Si, Kate Moss, la modella, aspirazione realistica, no? La stessa Kate Moss che rivendica orgogliosa “Nothing tastes as good as skinny feels”, mantra che ovviamente adottammo subito. “Non c’è niente di così buono come il sentirsi magre, non c’è niente di più buono che sentirsi magre” ripetevamo in coro, come una poesia di Prevert o la preghiera al grande spirito Indiano. Non avevamo idea di cosa stessimo dicendo, ma sentivamo che ci si addiceva.

A poco a poco quelle parole si trasformarono in realtà, iniziarono a scolpire i nostri corpi, ad incantare il nostro mondo. Ci sentivamo ogni giorno più belle, con i capelli tinti di nero, la sigaretta in bocca e un bicchiere in mano. Sagome sfumate prese da immagini trovate a caso: siamo Helena Bonham Carter con il cappello e gli occhiali scuri in Fight Club, abbiamo il caschetto e la faccia arrabbiata di Natalie Portman nel film di Luc Besson.

Goffe caricature di inconsistenti sogni erotici. Ragazzine in corsa verso l’Esistenza, senza sapere che dopo il traguardo non c’è che il Nulla. Ai nostri occhi aveva tutto così senso.

Poi smettemmo di parlarci. La strada davanti a noi dovevamo percorrerla da sole, in silenzio, parallelamente. Ci saremmo ritrovate dall’Altra parte, al varco della Vita Vera.

Cominciò un periodo di solitudine. Giorni sfilati dagli altri come scatole cinesi.
A volte ci guardavamo di sfuggita, frecciatine d’intesa alla vista di un ciccione, sicure che ci legasse ancora il disgusto nei loro confronti.

Più spesso ci facevamo paura. Vederci sempre più evanescenti fino a quasi scomparire e sapere di non poterci fare nulla. Perché eravamo noi in un altro corpo, come noi eravamo loro, in disfacimento.

Sarebbe stato naturale se a quel punto le nostre identità si fossero separate, delineate singolarmente, finalmente, ma non accadde. Eravamo ancora tutte insieme, anche se distanti. Stavamo condividendo per la prima volta l’esperienza dell’essere sole.

E gli altri non sapevano
Non capivano
Che in fondo era solo un gioco. E c’erano cascati tutti.
Volevamo inciderci addosso l’abiezione che il mondo di continuo provava a venderci, a stamparci in faccia. Quanti complimenti, mentre scomparivamo, state benissimo, forse ancora qualche chilo in meno. E intanto noi sorridevamo pensando

QUESTO È COSA SIAMO QUANDO ASCOLTIAMO COSA VOLETE. QUESTO È QUELLO CHE VI PIACE. OPERE D’ARTE SU CUI AVETE DIPINTO LE VOSTRE PERVERSIONI
Guardateci ora
Siamo sottili, sempre più sottili, sottili come il vetro
Bello il vetro con la sua superficie liscia, trasparente, intatta, sottile come noi, potrebbe volare via.
Perfetta e levigata fino a quando non si spezza, ma a quel punto basta sostituirci.

Esperimento riuscito, noi siamo scomparse. Le nostre voci vagano nei tunnel, senza un corpo a cui aggrapparsi. Raccontano la nostra storia. Quella di tante prima di noi:

Di
Salomè condannata
Giulietta pugnalata
Arianna abbandonata
Virginia affogata
Artemisia violentata
Emily segregata
Eco consumata
Cassandra inascoltata
Inascoltate. Anche noi.