Quando ho perso la verginità avevo già fatto sesso.
Farsi venire addosso dopo averlo avuto dentro o in bocca non mi era sembrato poi così diverso. Stessi movimenti, odori, rumori. Anzi completamente diversi come ogni rapporto con una persona nuova.
Quando ho perso la verginità ero molto più sicura della prima volta che ho fatto sesso. Ad essere sincera non ricordo nemmeno bene cosa sia successo. Mi ha fatto un po’ male, come la prima volta, mi è uscito un po’ di sangue, come la volta prima e come molte dopo, lui non si è accorto di nulla, come speravo con tutto il cuore. Continuavo a chiedermi perché dovesse essere così importante. Forse mi ero persa un passaggio, il fascino di una spada che squarcia un candido fiore che da quel momento sarà macchiato per sempre. Inesorabilmente consumato.

Non mi sentivo corrotta o sporca. Mi sentivo felice. Entrambe le volte. Per aver creato un legame con un essere umano, in sintonia per un istante in tutta la nostra vulnerabilità. Nessun cavaliere che espugna fortezze. Niente scene splatter con fiumi di sangue sopra ad un lenzuolo bianco.
Solo due persone insieme e il resto del mondo lontano.

Penso alle donne nei secoli che hanno perso tutto per questo. Penso all’ insensatezza di un valore esclusivamente sociale. Culturale. Assoluto.

Per questo
Ho mentito tutte e due le mie prime volte.
L’ho fatto per proteggermi e ho fatto bene.
Volevo rivendicare il diritto di dare un valore a quell’esperienza senza permettere ad altri di definirla al posto mio.

Nessuno dei due ha smascherato la mia castità. Forse un po’ impacciata e inesperta, ma comunque sollevati di non essere i fautori di quel grande gesto e quindi liberi di sperimentarmi senza timori.
Mi scoprivo completamente nuova, spontanea, seducente e questi ragazzi mi assecondavano e mi stimolavano. A fare cose che non si raccontano. Che se si fanno per la prima volta sono sacre, poi non importano più a nessuno.

Fin da piccola ho sempre condiviso le mie esperienze. Ero convinta che intonando il mio sguardo con quello degli altri si potessero creare ponti che un giorno avrebbero abbracciato il mondo intero. Per me quella era comunicazione. E per me quello era magico.

Dopo le mie iniziazioni ero impaziente di parlare, di nutrirmi delle impressioni altrui per immergermi in questo nuovo universo in cui ero finalmente approdata.
Ricordo che la prima battutina che liquidò crudamente la mia curiosità mi arrivò come una freccia al petto. Ingenua, confusa, completamente all’oscuro del codice che governava questo sistema epocale

Ritentai

Ma anche la seconda persona reagì infastidita; la quinta imbarazzata, la decima fraintese totalmente il tipo di intesa che ricercavo. Nonostante la mia ostinazione a raccontare, nella speranza di ascoltare, mi scontrai solo con un muro di silenzio che impediva il confronto. Quasi fossimo oppressi da un sistema che ammutolisce.

Infine venni introdotta alla Verità:

Non è vero che si può parlare di tutto. Esiste ciò che è lecito e il resto va nascosto. Non dobbiamo preoccuparci di capire cos’è giusto, basta affidarci a Lei. Lei, che, inconfutabile, regna indiscussa su tutti noi. Dobbiamo ascoltarLa senza chiedere, perché i suoi disegni sono imperscrutabili. E se la gente li segue, da secoli, dev’esserci un motivo.
Quest’ entità misteriosa ci insegna che quando baci un ragazzo per la prima volta sentirai le farfalle nello stomaco. Che il giorno in cui indosserai un abito bianco circondata da rose rosse farai meglio a sorridere, perché in quel momento la tua vita sarà completa. Che le coppie di ragazze è come se non facessero l’amore.

Lei è la stessa che dona un significato nuovo ad ogni nostro gesto. Che ci convince che può essere conveniente mentire. Che lusinga i ragazzi che, pettinandosi l’ego con l’illusione di essere sensibili, si rifiutano di sfiorarti appena trovi la forza di essere sincera quando fino a un momento prima avevate fatto di tutto e anche di più.
Ho smesso di fare domande. Chi sono io per metterLa in discussione?