Disegno: Rebecca D’Angelo

Voce Dell’Esmeralda

Hanno scritto una mia storia e non mi hanno interpellata.
Servo da centro motore, calamita attraente, per il gioco delle passioni delittuose. È opportuno per il funzionamento di questa storia che io – la gitana, la zingara danzatrice, la Esmeralda, Agnès la figlia perduta, la fanciulla smorfiosa che tutti fa innamorare – sia un personaggio privo di coscienza. Oh, come si dilunga il mio narratore nelle erranti incertezze faconde di Pierre Gringoire, come dipinge accorto i turbamenti nascosti del negletto e compassionevole Quasimodo, come esulta narrando la passione infame di Claude Frollo, l’uomo il cui fato scolpito nelle pietre della cattedrale dà avvio alla storia che mi racconta!

Cosa si sa di me? Che ballo spensierata, amica di una capra, che mi innamoro di un fusto in uniforme e non riesco a dire altra parola se non il suo nome per tutta la durata della pur lunga storia – ma quali altre parole aspettarsi da me?
Tutto quel che mi si chiede è di rendermi superficialmente conto di quel che mi circonda e di fantasticare ingenuamente, altro pensiero non mi è dato, la mia coscienza, attivata dall’aria libera quel tanto che basta a darmi l’impulso per ballare, si assopisce del tutto quando vengo fatta prigioniera e cado in uno stato di catatonica incoscienza, comodo da descrivere, facile da abitare, cui mi sottrae solo il nome del bellimbusto che mi è dato adorare, che ripeto a fior di labbra. Sia ovvio, Gringoire mi vede danzare per le piazze e m’insegue fra i tortuosi vicoli di notte, il prete (no, il suo nome non riesco a impararlo) mi cerca, guizzante, con molti malvagi stratagemmi, il gobbo mi accudisce mesto e veglia, spiandolo, sul mio ignaro riposo (sapete com’è, ho il sonno leggero d’una farfalla ma l’assedio della cattedrale in cui son protetta e prigioniera non mi sveglia fin proprio all’ultimo momento), io, dal mio canto, incontro una notte, per caso, un ufficiale che mi salva – e come potrei non essere in pericolo, io indifesa? – e non posso che innamorarmi del mio protettore. Con gran fatica imparo il suo nome dal suono misterioso, Phoebus, esotico solo nel suono a me, che son pagana, lo ripeto ad ogni occasione, per scrupolo lo insegno anche alla cara mia capra e per mesi attendo di incontrarlo nuovamente per strada, per potergli dare tutto il mio vago amore.

Iniziative non ne ho. Oh, va da sé che sono buona, ho pietà dello storpio deriso e lo asseto davanti al pubblico schermitore, ma naturalmente dimentico il suo aspetto, pur notevole, con una gran rapidità, salvo dalla morte il fanfarone che m’inseguiva poc’anzi nel buio – devo perdonare e salvare il mio molestatore -, io unica con la mia sola decisione d’un matrimonio, per altro fasullo, giacché devo certamente mantenere la mia virtù virginale, son priva di desideri o piaceri che possa esplorare.
Bontà, pietà e pudore son le mie uniche qualità morali, le uniche passioni che mi vengono riconosciute di fronte a tutte quelle che invece suscito, ma ora con ferocia rivendico che il pudore è di Hugo, che ha taciuto il mio dolore.
Oh magistrale affresco delle passioni umane, ti sfugge questo centro danzerino che dà avvio ai moti tuo oggetto, non conosci questa donna e la disegni così, vittima, stupida, incosciente ed ignara, limitata alla sola fantasticheria amorosa del capitano delle guardie, la cui indifferenza nei miei confronti neanche riconosco, io, attraente sciocchina da cui non aspettarsi altro che grazia, innocenza, bellezza inconsapevole e fascino misterioso. Lo si vede, il passo è breve verso la riproposizione di me in forma di principessa da emulare, facile modello per bambine già sciocchine che altro non dovranno fare che aspettare nel silenzio il loro capitano. Oh astuto uomo, la mia voce – la senti? – si libera altrove che non sotto la tua penna potente.