Silenzio complice

Estate 2018 – Sardegna, Porto Rotondo: La mia prima stagione estiva.
Gli avvenimenti riportati in seguito sono realmente accaduti.

L. (cameriere, 34 anni) arrivato alla cambusa, esordì:
“Me la dai una Dom Pérignon Irè? Gliela stappiamo nel culo a D. (ragazza addetta al caviale), dammela bella calda, così il tappo le arriva in gola!”.
Per un attimo restai senza fiato. Cercai di controbattere, invano, L. si sentiva in pieno diritto di dire ciò che gli passava per la mente, qualsiasi cosa fosse, a discapito di chiunque.

Lavoravo come cambusiera in uno dei locali più rinomati della Sardegna, a due passi da Porto Cervo.
Partii convinta che quest’esperienza sarebbe stata un’occasione di crescita personale e così è stato, non nel modo in cui avrei immaginato: ho potuto constatare, sperimentando sulla mia pelle, quanto tutt’oggi il concetto di parità tra sessi sia lontano dal divenire realtà e ancora lontano dalle menti di molti.
Lo staff era composto da una trentina di camerieri tra i 20 e i 35 anni, la maggior parte uomini, provenienti da tutta Italia. I camerieri soggiornavano in un unico casale di campagna per l’intera durata della stagione estiva.
Inizialmente faticavo a comprendere la motivazione celata dietro a determinate frasi, buttate lì con leggerezza, dai miei colleghi. Con il passare del tempo e il susseguirsi di avvenimenti sempre più eclatanti fu chiara l’origine delle loro parole, dei loro atteggiamenti, delle loro azioni.
Era radicata in loro una concezione distorta della figura femminile che consideravano inferiore a quella maschile e perciò utile unicamente a servire il sesso dominante e soddisfarne i desideri. Associavano alla figura femminile la totale mancanza d’intelligenza, prontezza, capacità riflessiva, capacità decisionale.
Vivevano nella convinzione che la natura della donna stia nel desiderare null’altro che essere dominata fisicamente e psicologicamente dall’uomo, per poter sopperire alle mancanze psicofisiche femminili e la disprezzavano per questo. Mi resi presto conto che non solo i camerieri ma anche i clienti, gli addetti alle pubbliche relazioni, i superiori e i proprietari del locale erano della stessa opinione. Molte ragazze immagine decisero di adeguarsi alla linea di pensiero vigente per garantirsi il lavoro. Parecchie clienti, cresciute probabilmente in contesti simili, erano ben felici di trascorrere la serata con i loro accompagnatori sessisti e misogini in un locale di lusso.
Una volta compreso ciò a cui stavo assistendo e in parte subendo, messa da parte l’incredulità e la rabbia crescente che aveva portato ad isolarmi e mi aveva privata della serenità, decisi di prenderne nota e mi appuntai alcune frasi dette dai miei colleghi che esplicitavano un desiderio di sopraffazione e di violenza nei confronti del genere femminile.

L. si fermò a conversare con un addetto alle pubbliche relazioni (pr) davanti alla cambusa: “Se io fossi direttore di questo posto saremmo ubriachi tutte le sere e tutte le ragazze immagine e le pr si farebbero palpare”.
La risposta del pr: “Tutte si farebbero molestare”.
L.: “Sì, esatto, bravo, tutte si farebbero molestare”.
Dialogavano su questo argomento con una tale leggerezza che l’incredulità prese il sopravvento persino sulla rabbia.

Uscendo dal locale, G. (cameriere, 26 anni) parlava di sesso con altri camerieri e si lamentava di quanto le donne fossero capricciose e restie nel concedersi: “Ad una femmina ci vuole uno schiaffo per farla iniziare e cinque per farla smettere!”. Era riuscito a dire in una frase sola che le donne sono sia frigide che puttane. I due stereotipi maggiormente affibbiati alle donne (di solito in contrapposizione) nel corso della storia dell’umanità. Era riuscito a dire che le donne andavano punite per entrambe le ragioni. Come avrei potuto replicare sapendo che tutti intorno a me concordavano con la sua affermazione? L’impotenza iniziava a pesare.

All’interno del casale dove convivevo con i miei colleghi, non mancavano ovviamente allusioni a quello che secondo la mentalità sessista dovrebbe essere il ruolo della donna sia nella vita privata che nella società.
Una sera, prima di andare a lavoro, alcuni camerieri organizzarono una spaghettata in veranda e chiesi di unirmi a loro, accettarono.
Una volta a tavola N. (cameriere, 22 anni) commentò: “Sei una femmina e ti fai cucinare da noi uomini”.
Dalla mia risposta scaturì un acceso dibattito.
E. (cameriere, 23 anni): “È giusto che ci siano i ruoli”.
N.: “La femmina deve stare a casa a badare ai bambini, lavare e stirare, l’uomo va a lavorare”.
G. (cameriere, 33 anni) incalzò: “È troppo presto perché non ci sia una distinzione tra i ruoli”.
D. (cameriere, 35 anni): “È naturale che la donna debba stare accanto ai figli e così dev’essere. Non è in alcun modo possibile che l’uomo la sostituisca mentre lei è impegnata fuori casa, nonostante i nuovi mezzi ce lo permettano. Il tiralatte ad esempio è qualcosa di artificiale e quindi nocivo perché non naturale”.
E.: “Vorrei cercare di farti capire, tu usciresti mai con un ragazzo che non sa cambiare la ruota di una macchina?”.
Io: “Se mi piace, certo”.
E.: “Vabbè, sei strana tu allora, vivi su un altro pianeta!”.
A seguito di questa conversazione mi resi conto di quanto fossero radicate in loro determinate convinzioni, convinzioni che limitavano innanzitutto loro stessi. Rimasi scossa dal fatto che dei ragazzi così giovani, provenienti dalle maggiori città italiane, potessero avere una mentalità così ristretta e arretrata.
Da quel momento in poi un grande senso di impotenza mi pervase e smisi di controbattere: le donne non erano le uniche vittime, quei ragazzi erano vittime di loro stessi, della loro educazione, delle loro radici. Niente avrebbe potuto fargli cambiare idea, qualsiasi cosa io dicessi in quell’ambiente impregnato di sessismo e misoginia sarebbe stata inutile.

Gli avvenimenti precipitarono ad inizio agosto (terza settimana di apertura del locale).
Y. (cameriera, 23 anni) con cui avevo stretto amicizia, mi confidò che i clienti la palpavano ripetutamente nonostante i suoi molteplici rifiuti, non appena si trovava in mezzo alla mischia della pista da ballo per portare da bere ai tavoli.
La stessa cameriera, qualche giorno dopo, mi raccontò esasperata degli insistenti e molesti tentativi di R.(direttore di sala, 56 anni) di abbordarla fisicamente, nonostante lei avesse fatto chiaramente intendere di non essere interessata.
Era arrabbiata ma anche rassegnata. Non era la sua prima stagione estiva ed era consapevole che denunciare l’accaduto non avrebbe portato a nulla se non alla perdita del lavoro.

Dopo un mese dall’apertura del locale, durante una serata, vidi I. in lacrime (hostess, 21 anni). Disse di essere stata molestata da uno dei proprietari che era riuscito ad ottenere dai nostri superiori il suo numero di telefono.
Le mandava messaggi durante il corso della serata dicendole di ubriacarsi per lui e che le avrebbe offerto lui da bere, spesso le lasciava dei drink pagati al bancone. In più di un’occasione si era avvicinato fisicamente a lei e l’aveva palpata senza il suo consenso. La sera in cui vidi I. in lacrime era appena stata nel suo ufficio e lui strattonandola per i capelli le aveva intimato di bere di più perché non era ancora abbastanza ubriaca per concedersi a lui di sua spontanea volontà. Le consigliai di parlare dell’accaduto con il coordinatore del personale, di licenziarsi immediatamente e di rivolgersi alla polizia il prima possibile. Tornò poco dopo, si era licenziata. Parlò con il coordinatore delle hostess che le rispose di non essere così capricciosa, di non esagerare e che avrebbe fatto bene ad andarsene se non fosse stata disposta ad accettare quel tipo di trattamento. Il coordinatore del personale, una volta venuto a conoscenza dell’accaduto, le rispose che lui non avrebbe potuto fare nulla e che nel locale non sarebbe potuta andare diversamente. Insistei affinché si rivolgesse alla polizia al più presto. I. disse che il proprietario in questione si trovava in stretti rapporti con il capo dei carabinieri di Olbia e che non avrebbe potuto fare nulla.
Scoprii che poco tempo prima anche una ragazza immagine si licenziò per la stessa ragione.
Il commento dei camerieri: “Quindi non l’hanno licenziata perché non era buona a fare niente!”.
Sarei voluta andare via immediatamente, licenziarmi.
Il silenzio era insopportabile, pesava sulla mia coscienza.
Sentivo di essere complice e non solo di un reato compiuto nei confronti di I. e della ragazza immagine ma anche nei miei.
Quel silenzio per me significava adeguarsi ed appoggiare il sessismo.
Tacere era compiere violenza. Ebbene, le violentai e violentai me stessa.
Non dissi nulla, non mi licenziai. Non mi sentivo tutelata e avevo la netta sensazione che la mia voce non avrebbe avuto alcun peso e non sarebbe stata considerata in alcun modo.
Avevo le mani legate.
Volevo anche rispettare la scelta del silenzio di quelle due ragazze. Anche se ancora mi chiedo, perché tacere?
Forse perché provavano il mio stesso timore, il timore di non essere ascoltate, di non essere credute perché donne. Quel timore che I. poté confermare come reale dopo il suo inutile tentativo di denunciare l’accaduto.

Credevo di essere forte, nella mia vita ho sempre reagito di fronte alle ingiustizie, quella volta fu diverso. Ero talmente tanto oppressa da quella realtà, che non è altro che il concentrato di ciò che avviene quotidianamente in Italia, da sentirmi impossibilitata ad agire.
Sono tornata a Roma con una nuova consapevolezza della società in cui viviamo.

L’Italia del 2018 non è un paese dove le donne possano sentirsi libere di esprimersi, libere di essere.
L’Italia del 2018 è un paese dove le donne vivono nel timore della sopraffazione.
L’Italia del 2018 è un paese dove gli uomini compiono quotidianamente violenze psicologiche e fisiche nei confronti delle donne.
L’Italia del 2018 è un paese dove le donne subiscono in silenzio.
L’Italia del 2018 è un paese dove le donne che alzano la voce non vengono ascoltate e/o addirittura punite.
Tutti noi, uomini e donne, siamo stati educati a considerare normalità la discriminazione.
Ad ognuno di noi viene imposto un ruolo a cui si è costretti ad attenersi fin dalla nascita:
gli uomini non possono mostrare le proprie fragilità,
le donne non possono decidere per sé.

L’Italia del 2018 non è un paese dove gli uomini possano sentirsi liberi di esprimersi, liberi di essere.
L’Italia è un paese sessista e misogino.
Siamo tutti vittime.

Il sessismo danneggia tutti noi.
Siamo ancora lontani dalla parità.
Siamo ancora lontani dalla libertà.

Le radici sono marce.
Il cambiamento è un percorso lento e tortuoso.
La consapevolezza
è il primo passo,
l’elaborazione personale il secondo,
adeguare il nostro agire
il terzo,
divulgare la consapevolezza della nostra condizione il quarto.
L’Estate del 2018 sono rimasta in silenzio, oggi no e neanche domani. Voi?