L’universo distopico di Miden sembra parlare direttamente al nostro presente...

Troviamo un sistema talmente radicato nella popolazione da rendere difficile distinguere gli oppressori dalle vittime. Non solo la Studentessa impiega diverso tempo ad elaborare e formulare le accuse di abuso sessuale, ma tu scegli di guardare gli eventi attraverso gli occhi del Professore, sinceramente sorpreso nel momento in cui viene accusato. Come pensi che si potrebbe avviare un processo di consapevolizzazione in grado di disvelare i meccanismi di oppressione che subiamo e perpetuiamo inconsciamente?

In genere è difficile che la letteratura riesca a dare una risposta di tipo pratico a un problema, cerca piuttosto di far emergere il problema stesso o le contraddizioni rispetto a una realtà che diamo che assodata, per cui per certi aspetti Miden potrebbe sembrare anche ambiguo nel non prendere una posizione protettiva nei confronti della vittima o una posizione di condanna nei confronti del presunto abusatore.  Io credo che nelle relazioni interpersonali, non solo sentimentali, non esistano verità scolpite nel tempo, che anzi l’idea stessa di arrivare a una verità inscalfibile sia un costrutto ideologico. Per questo mi aspetto possa sempre esistere una dialettica aperta tra le persone da dove riuscire ad affrontare un conflitto non tanto per giungere a una finta pacificazione, ma a una comprensione sempre trasformativa di se stessi e degli altri. Dire “io sono fatto” è spesso un alibi, una difesa per non contemplare questa apertura e per pretendere il cambiamento solo da parte dell’altro. Rispetto ai meccanismi di oppressione o di violenza involontari, già mettersi in ascolto di ciò che qualcuno viene a dirci mi sembra un punto di partenza. Se anche siamo stati inconsapevoli di aver esercitato una violenza, quella inconsapevolezza può trasformarsi nel momento in cui accettiamo la trasformazione e non ci appelliamo alle intenzioni del passato come una prova insindacabile di buona fede. Anche perché spesso la violenza è esercitata proprio in buona fede pensando di agire per il bene dell’altro o illudendosi di conoscere il suo desiderio più di quanto lo conosca lui stesso.

A tuo avviso si può realizzare una crescita culturale e sociale senza introdurre elementi di alienazione?

In Miden evidenzi le contraddizioni di un mondo talmente perfetto che finisce per divenire inquietante, e soprattutto inautentico. A tuo avviso si può realizzare una crescita culturale e sociale senza introdurre elementi di alienazione?

Ciò che viene scientificamente estromesso dalla società di Miden è il conflitto e la possibilità di una diversità non integrabile. Di nuovo, non credo in un modello di società perfetta e immutabile, ma in un modello aperto e dialettico, anzi l’idea stessa di aspirare a una società perfetta tradisce una semplificazione che spesso si traduce in una forma di società repressiva. Il confine tra utopia e distopia è molto labile se le leggi e i valori che dovrebbero determinare la presunta felicità vengono comunque dettati da chi ha il potere e gli strumenti per edificare questa narrazione di “felicità”.

Credi che l’atto linguistico influenzi la realtà?

Mi interessa in particolare l’importanza che dai al linguaggio. Credi che l’atto linguistico influenzi la realtà? Anche se può arrivare a delle estremizzazioni che possono risultare forzate, ritieni che sia un campo in cui ha senso impegnarsi per un cambiamento?

Sì, per me il linguaggio è fondamentale ma le battaglie in questo senso non sono quelle normative di un “politicamente corretto”; la correttezza – per quanto mi riguarda – deve essere di senso. Bisogna conoscere la lingua per ampliarne le possibilità e fare discorsi linguisticamente efficaci e corretti, riuscire a esprimere sempre più concetti, trovare espressioni nuove, anche qui essere trasformativi per una lingua che rispecchi una società in cambiamento. Non credo che questa correttezza debba diventare una gabbia claustrofobica o paranoica, anzi mi piacerebbe che fosse proprio il contrario, che si ritorni ad avere una fiducia nel linguaggio come qualcosa di creativo e divertente.

Cosa pensi del fatto che così tante ragazze abbiano un rapporto complesso con il loro corpo?

Be’ direi che è una buona cosa in un certo senso. Preferisco la complessità alla semplificazione, anche se significa esplorare ciò che ci mette a disagio (e anche su quello non sono sempre convinta che il disagio vada superato come se esistesse un unico modo per essere libere ed emancipate). Non credo sia un caso che tante nuove narratrici giovani (penso a Sally Rooney tanto per fare un esempio) riescano a parlare di rapporti personali, di  sesso, di corpo e di desiderio in una maniera molto più viva, interessante, multiforme e credibile – in tutte le sue contraddizioni – rispetto agli uomini.