Il mostro del gabinetto

di Giulia Savannah Tovazzi

La prima volta che ho visto del sangue uscire dalla mia vagina e scorrere con lo sciacquone mischiandosi all’acqua del cesso, tingendola di una deliziosa tonalità rosata, avevo otto anni e ricordo di essermi domandata, per qualche istante, se sarei morta.

In realtà già allora avevo sentito parlare del ciclo mestruale, ovviamente però la consapevolezza di una bambina di otto anni rispetto l’argomento non poteva che essere estremamente limitata e superficiale. Per qualche motivo comunque, tenni per me quel segreto per qualche giorno prima di parlarne a mia madre. La sua reazione di gioia e stupore mi sembrò assurdamente esagerata : “Dobbiamo festeggiare! Sei una donna ora!” , lo ero davvero? Significava sanguinare, essere una donna? Di lì a poco mi ritrovai appiccicato addosso un seno gonfio che sembrava per tutti l’equivalente di una luminosa insegna stradale la quale riportava a caratteri cubitali più o meno lo stesso messaggio che avevo percepito dalle parole di mia madre.

Di lì in poi, negli anni successivi, mi abituai all’idea che il perdere sangue faceva parte del funzionamento del mio corpo. Non me ne vergognavo, non avevo dolori, tutto sommato quando pian piano le mie coetanee cominciarono a vivere la mia stessa condizione, mi sentivo anche fortunata rispetto alle tante di loro alle quali questo semplice fatto sembrava procurare fastidio, nervosismo, dolore, irritabilità. Avrei capito solo dopo che molti di questi sintomi accusati e descritti così minuziosamente, altro non erano che un riportare qualche stupida frase recuperata dal retro degli assorbenti o dalle parole di altri. Certo c’era anche chi vomitava o sveniva, o stava male davvero, ma c’erano tante altre persone che come me se la cavavano alla grande arrivando quasi ad ignorare la cosa.

Dalla vagina esce sangue.

Il momento in cui per la seconda volta nella vita ripresi consapevolezza di questa cosa, provando una sensazione simile a quella che provai a otto anni nascosta nel bagno dell’appartamento di mia nonna, si ripresentò non molti anni dopo, meno di quanti forse mi piace ammettere, ma esattamente quanti ho imparato ad accettare col tempo.
Ricordo che stavo in piedi nel bagno di una casa non mia, da poco avevo alzato il culo da un cesso mai usato prima, posto accanto ad una finestra che si affacciava su una via che non mi era per niente familiare.
Di nuovo, il mio sangue si mescolava con l’acqua in un piccolo vortice che venne risucchiato nel giro di pochi istanti. Tutto tornò come prima, come se quel sangue non ci fosse mai stato, eppure io tenevo gli occhi incollati al fondo del water, senza staccarli, e ce lo vedevo ancora.
Vedevo un’ondata di sangue, litri e litri, quasi un mare, e ricordo di aver pensato che forse allora il cesso sarebbe esploso facendomelo schizzare tutto in faccia, incapace di contenerne una tale quantità. Ovviamente non accadde, se non nella mia mente.

Quando ripresi la capacità di muovermi pensai di evitare il mio riflesso nello specchio, ma ci incappai comunque. La mia faccia era sporca, i capelli unti, puzzavo di sigaretta e di alcol, insomma facevo abbastanza schifo. Eppure quell’immagine, osservata in maniera oggettiva, non sarebbe stata nulla in confronto alla proiezione di me stessa che volli vederci. Avevo tre occhi e tutti e tre erano gonfi, piangevano lacrime rosse. Una bocca gigantesca che sembrava intenzionata ad ingoiarmi tutta e dalla pelle traspirava una nube tossica in grado di trasformare l’aria in veleno. Nella testa risuonavano mille voci e una sola, una voce incazzata da morire, una che mi incolpava, una che mi scherniva, e una, la più pungente di tutte, che si vergognava per me da morire.
Per non cadere in quel riflesso allora decisi di allontanarmi dallo specchio, forse per sempre.

La casa era silenziosa, le case che non conosci al mattino sono sempre stranamente silenziose, ostili. Incapace di orientarmi tornai da dove ero venuta e scoprii che la situazione non era cambiata, c’erano ancora quelle persone, ma chi erano? Una tra loro era stata un’amica, ed ero sicura di essere arrivata li con lei non più di dieci ore prima, ma ora sembrava un tempo lontanissimo. Dormiva, dormivano anche gli altri due. Uno di loro era steso su un divano di pelle nera, accanto a lui uno spazio vuoto sagomato della larghezza uguale ai miei fianchi. Il pavimento non era un pavimento ma un cimitero, mentre spostavo lo sguardo da una bottiglia rovesciata all’altra, lentamente la geografia di quel posto mi aiutava pian piano a recuperare frammenti di ricordi delle ore passate.

Posai di nuovo lo sguardo sul divano e un brivido mi percorse dalla testa ai piedi, non so perché ma pensai alla mia ultima pagella, quella di metà anno, andata così male, la prima della mia vita da secchiona, arrivata come uno schiaffo dritto sulla faccia di mia madre, così abituata ad avere una figlia buona e diligente: buffo come la mente ti porti a pensare ad una cosa così irrilevante in certi momenti. Ma io pensando a quella pagella, volevo piangere. Ricacciai il moccolo su per il naso senza farmi sentire. Dovevo svegliare quella ragazzina, la mia amica? La mia amica? Non mi pareva di conoscerla davvero.

Erano tutti estranei, inermi e addormentati, orrendi, colpevoli, ingannevoli individui che mi avevano portata li contro la mia volontà, io avevo lottato oh si eccome se avevo lottato per mantenere la mia integrità, sono sempre stata così matura per la mia età, dopotutto sono diventata una donna a otto anni, quante possono dire lo stesso?

Quella mattina feci colazione con i rimorsi. E poi pranzo, e poi cena. Per un periodo così lungo che ripensarci adesso mi appare finalmente per quello che era: il mio modo personale di punirmi per quello che sapevo aver fatto in realtà, seppur con una leggera spinta, di testa mia.
Stupida ragazzina, molla, lascia andare. Il mostro che hai visto nel riflesso non esiste. Il sangue che hai visto scorrere nel cesso quella mattina, che non era il sangue del tuo solito ciclo mestruale, resta comunque del semplice sangue al quale tu, e solo tu, vuoi attribuire un significato che in realtà non ha. Il sangue non è vergogna, non è errore, non è colpa. Il sangue è sangue è il tuo corpo che ti mostra qualcosa che è cambiato, ma appena quel momento è passato, se ne è già dimenticato. E allora perché continui ad arrovellarti, a scomporti e ricomporti il capo, nel tentativo di trasformarlo nell’evento più significativo della tua esistenza, un qualcosa in grado di cambiarti per sempre? Perché a te, cara me di tanti anni fa, te lo posso dire con assoluta certezza adesso, ciò che sei non è limitato ad una sola notte priva di significato, ad una sola azione poco meditata e precocemente intrapresa, quella è una parte infinitesimale di ciò che sei, e non ti definisce. Quindi cercare di reprimerla così a fondo nella tua anima nella speranza di dimenticarla, non farà che renderla un ossessione, e allora molla, lascia andare.

Hai scoperto il sesso, ma non l’amore. Non hai scoperto cos’è fare sesso con una persona che ami. Non hai scoperto cos’è l’amore per il sesso. Non hai idea, di quante sfumature il sesso, l’amore, le prime volte che non sono mai solo una, siano capaci. Non sei finita, a tredici anni, sei iniziata.

Vorrei poterti sussurrare queste parole mentre so che passi le tue giornate a fissare un soffitto alla ricerca di un posto in cui riporre la colpa che senti tua e degli altri, la vergogna e l’incapacità di capire, di allontanarti da te stessa per un attimo. Poter allungare un mano e tirarti a me, farti vedere che persona diventerai, la forza che avrai, la tua sensibilità, gli errori che commetterai ancora e ancora, le cose stupide che ancora penserai, la tua inclinazione alla malinconia che non ti abbandonerà mai che che saprai accettare come parte insostituibile di te stessa. Ma forse, non sarebbe giusto. Ti lascio nella tua cameretta e aspetto con te il momento in cui, dopo molto tempo, riuscirai a piangere per la prima volta ripensando a quel sangue nel gabinetto. Me ne starò zitta e ti osserverò, senza cercare di aiutarti, lasciandoti scoprire che dentro te hai già la forza di entrambe, solo che ancora non la vedi.