I may destroy you (and I definitely want to destroy society)

di Ludovica Farrelly

I may destroy you fa esattamente quanto afferma. Ti afferra per lo stomaco e ti costringe a rimettere in discussione tutta la tua vita, a riconsiderare ogni tua certezza, a guardare in faccia le sfumature. È questa la cifra chiave di Michaela Coel: rappresentare il reale a partire dalla consapevolezza dell’impossibilità di riprodurlo compiutamente, dispiegare la complessità umana senza mai pretendere di fornirne un quadro completo. E proprio da questa apparente “sconfitta” di partenza, scaturisce la resa più diretta, verosimile, provocatoria, mai edulcorante e mai dispersiva dello stesso mondo che si pensava incoglibile. Gli interrogativi che Michaela Coel insinua nella mente degli spettatori sono, a mio parere, i cardini su cui è fondamentale riflettere per innestare una rifondazione strutturale del sistema in cui viviamo. L’ordine a guida del mondo, i valori comuni e imprescindibili per una società giusta. Almeno questo è uno degli infiniti sensi che io personalmente ho riscontrato e ho ritenuto centrali nell’opera.

A mio avviso, Michaela Coel porta avanti il suo programma di critica radicale su due fronti, quello umano e quello societario. Se da una parte, infatti, rivendica la compresenza di lati diversi come qualità fondamentale dell’essere umano, mostrando come provare a calzare il ruolo di bene assoluto porta inevitabilmente in contraddizione con sé stessi, dall’altra è altrettanto diretta nel disvelare tutte le mancanze del sistema societario che dovrebbe rappresentare i diritti di tutti e tutelare i cittadini, ma che non può farlo perché si ritrova viziato da un’ingiustizia e una disuguaglianza strutturale. 

Il punto di partenza di I may destroy è, come abbiamo detto, la complessità della realtà, ma soprattutto dell’essere umano. Quando Arabella, per superare il trauma e lottare attivamente contro i violentatori del mondo, si erge a eroina del bene armata di una voce digitale forte e una schiera di seguaci virtuali, non può che rendersi conto dell’inconsistenza e della parzialità di questo sforzo. Nel momento stesso in cui si autodefinisce paladina del bene il suo cosiddetto lato “oscuro” prende il sopravvento, mostrandole la contraddittorietà della sua corazza, visto che l’essere umano è un essere complesso in cui migliaia di sfumature convivono ed è assolutamente vano e controproducente negare questa compresenza di bene, male e tutto quello che c’è in mezzo.

In particolare, c’è un momento molto delicato della puntata 9 “Social media is a good way to connect” in cui viene evidenziata una conseguenza del tracciare una linea netta tra bene e male: Kwame, per cercare di superare il trauma dello stupro, decide di uscire con una ragazza perché si trova in un momento di grande difficoltà a rapportarsi con il corpo maschile. Kwame rivela alla ragazza di essere gay solamente dopo esserci andato a letto e, quando Arabella lo scopre, lo giudica severamente dicendogli che “ha avuto sesso penetrativo con qualcuno sotto mentite spoglie” e non sa se può continuare ad esserci amica. Quello che dice Arabella è vero, come è vero che Kwame si forza ad avere un rapporto penetrativo con una persona da cui non è attratto, rivivendo il trauma dello stupro e come è vero anche che usa consapevolmente una persona per suoi motivi personali.

Si potrebbe aprire un dibattito su se sia dovuto comunicare o meno il proprio orientamento sessuale, cosa che personalmente io non credo, ma in ogni caso noi, dall’alto dei nostri comodi letti, abbiamo effettivamente il diritto di giudicarlo così severamente? Siamo consapevoli del profondo dolore che tormenta Kwame, di fatto capiamo perfettamente tutto quello che fa, cosa lo spinge, le risposte che cerca, così come la consapevolezza del fatto che sia tutto inutile. Chi siamo noi per metterci nella posizione di superiorità del giudice per condannare Kwame come “persona cattiva”? O, piuttosto, chi ha la coscienza così immacolata per meritarsi il giudizio? Non Arabella che, come Terry le fa subito presente, ha violato la libertà di Kwame quando lo ha rinchiuso a chiave in camera sua con un altro uomo per scherzo, senza essere a conoscenza del trauma di Kwame, senza rispettare la sua pausa dal sesso, mettendo il suo amico in una difficilissima situazione. Alla fine di questa puntata Arabella disegna un simbolo molto evocativo che rappresenta un io armonico, che accetta sia la luce che il buio che gli appartiene e lo rende una sua forza

Se da una parte, quindi, I may destroy rappresenta una delle qualità più interessanti e problematiche dell’essere umano – la capacità di empatia, la possibilità di comprendere l’umanità anche nel punto di vista più lontano e nemico a te – e problematizza la possibilità di un singolo di detenere il ruolo di Giudice del Bene perché la compresenza di sfumature è connaturata all’essere umano, è imprescindibile il fatto che la realtà oggettiva presenti dei fatti che devono necessariamente essere perché si faccia giustizia, perché le azioni spietate, i crimini e le violenze non rimangano impunite. Michaela Coel non dà mai soluzioni, dà mille risposte che si annullano l’un l’altra e in realtà fanno nascere solo nuove domande e, ancora una volta, questo meccanismo si rivela vincente perché non è mai paternalista, ma sempre problematizzante, problematico anche, soprattutto perché lo spettatore viene trascinato emotivamente a vivere, vedere davanti ai suoi occhi il dispiegamento delle diverse soluzioni possibili e non prova mai sollievo e mai conclusione, proprio come la vicenda di Arabella non può trovare sollievo o conclusione, perché è una violenta interruzione del suo flusso vitale e una frattura che non può ricostituirsi.

Come dicevo, però, i fatti esistono e sono spietati. E devono essere puniti. A questo punto subentrerebbe Rousseau e il contratto sociale, la delega della propria difesa a un ente superiore, imparziale e operativo del Bene. Se non che è fondamentale ricordare che questo fantomatico ente super partes non è un’incontaminata emanazione del Bene divino, ma un prodotto storico umano. E non solo, un prodotto dei soggetti storici al potere, che, a pensarci bene, è uno solo: l’uomo bianco eterosessuale, unica presenza considerata e considerabile nel sistema del patriarcato. Ed è qui che la speranza di giustizia crolla, perché la società in cui viviamo è strutturalmente viziata dall’ingiustizia, ed è talmente radicato dentro tutti noi da portarci a normalizzare eventi – e violenze – senza nemmeno rendercene conto.

Perché la seconda volta che viene stuprata, ad Arabella per prima viene da sminuire la gravità di quello che le è successo. Dopotutto ha avuto un rapporto consenziente con Zain, a parte il fatto che a sua insaputa lui si è tolto il preservativo e le è venuto dentro. Arabella si arrabbia, certo, si scoccia, perché deve prendere la pillola del giorno dopo, ma lui dice “pensavo te ne fossi accorta”, sembra veramente sorpreso, quasi dispiaciuto. Finché ascoltando un podcast, Arabella si rende conto di essere stata presa in giro, non solo, di essere stata stuprata, di nuovo, perché quella pratica ha un nome, si chiama “stealthing”, ed è sempre più diffusa, è una violazione della libertà sessuale di una persona, che mina alla sua salute fisica, ma soprattutto la priva di una scelta. E su questo fronte di smantellamento dello status quo Michaela Coel è spietatissima: inscena i tuoi sentimenti, le tue riflessioni, e gli dà un nome, ne sottolinea la gravità, l’assurdità dell’aver normalizzato la privazione del consenso, non perché quando lo vediamo non ci rendiamo conto che è sbagliato, o non ci dà fastidio, ma perché rende lo stupro molto più vicino a noi, a un passo dai nostri rapporti, impedendoci di continuare a relegarlo a un gesto di follia disumana perpetuata da psicopatici fuori dal mondo. 

Le violenze sessuali sono un problema strutturale della società in cui viviamo – la società patriarcale – l’unico modo per affrontare realmente il problema è smettere di isolare i singoli eventi e comprendere che viviamo in un clima di violenze costanti che siamo portati a minimizzare, perdendo il contatto con l’insieme generale, che ci permette di trovare la fonte dell’ingiustizia nel sistema societario stesso. I may destroy you è questo e molto altro. È una delle serie più innovative e rappresentative della società contemporanea. È una serie sul trauma, sull’intersezionalità, sull’umanità, sull’arte. Nulla è edulcorato. Le tracce più ambigue della mente umana vengono seguite senza pregiudizi morali, ma la parzialità e l’oppressione della società contemporanea vengono condannate con durezza. L’obiettivo è parlare della vita di oggi, di denunciare l’ingiustizia e i traumi a cui si è esposti, aprire percorsi di rigenerazione ed elaborazione personale, ma obbligare la collettività ad affrontare un discorso importante sulle ingiustizie insite nel nostro sistema societario, sottolineando l’urgenza di una rifondazione importante.