CIELO, LIVIDO

Elisa finì di truccarsi e si spostò in camera davanti allo specchio intero, prese degli orecchini a forma di fiore dal comodino e li indossò, poi si guardò pensierosa: c’era qualcosa che non andava. Si guardò ancora ed infine tolse il foulard rosa salmone, scopri il suo bel collo mettendo in mostra un accenno di seno e dei grossi lividi, ma ad un secondo sguardo ancora non bastava. Applicò allora una spilla rosata sulla camicia per richiamare il colore del suo décolleté e delle sue braccia piene di macchie violacee: ora era perfetta.

Quella stessa mattina Alice finse di svegliarsi tardi, si sentiva frastornata e rimase a letto finchè non sentì la porta chiudersi dietro le spalle dei bambini e di suo marito, poi si alzò lentamente e si trascinò in cucina dove si forzò a mangiare due pandistelle e mezzo e a bere una tazza di thé al gelsomino. Teneva le mani strette sul petto come per proteggere o nascondere qualcosa, talvolta si accarezzava il collo freneticamente, parlando da sola, in preda al panico e all’umiliazione.
Evitava di passare davanti agli specchi, non voleva vedersi in quello stato o comunque non poteva capacitarsene, pensava alla sua collega Elisa che si era svegliata presto per andare in ufficio, ed era uscita impeccabile come ogni giorno alle 8 e 13 con i suoi completi colorati e i capelli corti sempre un po’ arruffati.
“Nella vita di Elisa è tutto perfetto” si ripeteva Alice mentre si lasciava cadere sul divano e chiamava il lavoro fingendo di tossire. Non poteva presentarsi in quello stato, nemmeno un tubetto intero di fondotinta avrebbe coperto la sua vergogna, si coprì con una maglia termica a collo alto, anche per stare in casa, doveva nascondersi perfino dai suoi bambini. E suo marito poi, non poteva mostrarlo nemmeno a lui. Quale buona moglie avrebbe sbattuto in faccia al marito le proprie colpe? Lo immaginava tornare a casa e trovarla in quello stato, si sarebbe scusato, avrebbe farfugliato parole a caso supplicandola di non lasciarlo e avrebbe detto ai bambini che la mamma stava bene, che era solo stanca e che sarebbe passato tutto.
No, davvero Alice non poteva sopportarlo, meglio nascondere il collo, il petto, le braccia, ogni centimetro del suo corpo che gridava all’orrore e all’ingiustizia. Quella giornata sarebbe passata. Alice rimaneva distesa in salotto fissando il turbinio di colori sullo schermo, quella giornata sarebbe passata.

Nell’ufficio al quarto piano del civico 7 di Viale dell’Oceano Pacifico Elisa dispensava sorrisi a segretarie e fattorini correndo da una parte all’altra senza irritarsi mai. Giorgio si fermò a salutarla e fece cadere lo sguardo sul suo seno livido, poi lo rialzò sorridendo compiaciuto “Ogni giorno più bella!” disse sfiorandole la mano con le labbra come usava fare con le signore.
Elisa arrossì e mascherò l’imbarazzo con una fragorosa risata. Si sentiva bene, sperava che quella giornata non passasse. Si incupì un attimo posando gli occhi sulla scrivania di Alice, non era malata e Elisa lo sapeva, ma non aveva più nulla da dirle per convincerla a cambiare vita, a voltare pagina, ad uscire da quel tunnel di ingiustizia, vergogna, umiliazione, emarginazione. Alice si era persa e tutti in ufficio potevano solo guardare con tenerezza la sua scrivania i giorni in cui non si presentava a lavoro, e salutarla sottovoce, rispettosi e compassionevoli quando la vedevano uscire timorosa dall’ascensore. Elisa smise di pensarci e tornò al suo lavoro frenetico, ma prima si sfiorò dolcemente il petto con un lieve sospiro, come una donna incinta avrebbe accarezzato il pancione:
ricordava qualcosa di bello.

Due giorni dopo Alice non era ancora tornata. Aveva tenuto quella maglia addosso per due giorni, senza toglierla, senza lavarsi, nemmeno quando era completamente sola.
Ma forse dopo due interi giorni di abbrutimento era giunto il momento di tornare alla vita o almeno di fingere. Spense il fuoco sotto al bollitore, spedì i bambini a letto non senza fatica e accarezzò la testa di suo marito che ignaro delle proprie colpe dormiva guardando Ballarò, poi si chiuse in bagno. Pensò a lungo prima di spogliarsi, non voleva mettersi a nudo davanti ad un’intera parete specchiata ma doveva proprio, non c’era soluzione. Si tolse per prima cosa le scarpe, poi i pantaloni della tuta, gli slip, ed infine tremando si sfilò la maglietta. Il suo sguardo indugiò fuori dalla finestra, sul cielo livido, poi finalmente si volse allo specchio. Il seno, il collo, le braccia, le spalle, il torace erano tutti di un candore quasi luminoso, esattamente come due giorni prima.
Alice si copri con le mani in preda alla paura e all’umiliazione: non aveva lividi, nessuno l’amava.