Il valore della verginità – oltre il costrutto culturale

di Ludovica Farrelly

Abbiamo raccolto 500 risposte per approfondire l’impatto che i condizionamenti esterni hanno avuto sulla perdita della verginità. Questo documento riporta i dati ottenuti ed è associato all’articolo “Il ‘valore’ della verginità – oltre il costrutto culturale” che ha il fine di proporre un’interpretazione dei dati, contestualizzandoli.

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Il "valore" della verginità

Età media perdita della verginità

  • Non è stata registrata una variazione rilevante dell’età media in cui si è persa la verginità in base al genere o alla fascia di età. L’età più frequente è risultata essere 16 anni, con l’eccezione della fascia “31 anni o più” in cui è 18 anni.

Considerazione psicologica della prima volta

  • Del 5% che considera la prima volta un rapporto senza penetrazione, circa un terzo è costituito da donne che hanno avuto un rapporto con una persona dello stesso sesso. Gli altri 2/3 sono uomini e donne nella stessa percentuale.
Importanza della prima volta
In relazione Non in relazione
Importante 79% 83% 17%
Non Importante 21% 49% 51%
  • Chi ha dato importanza alla prima volta era molto spesso in una relazione, mentre chi non le ha dato importanza era nella stessa percentuale in una relazione o no. Il 33,5% di chi l’aveva reputata importante, ha cambiato idea.

Tutela della salute fisica

  • Delle persone che stavano assumendo un contraccettivo ormonale, metà hanno considerato le STD e metà no.
  • Sono soprattutto i partner maschili a chiedere di non usare i preservativi (15/16 “il partner mi ha chiesto di non usarli” sono donne)
  • 11,3% indica disagio legato al preservativo
  • Quasi la metà (45%) non si è pentita di non aver usato il preservativo, un terzo (33%) si è pentita e un quarto (21%) non saprebbe giudicare.

Aspettative

Le cause più ricorrenti delle aspettative non incontrate sono:

Dolore, chiamato in causa dal 6,4%, di cui 19 persone ne hanno provato più del previsto; 5 persone dicono che si aspettavano molto più dolore.

-Il 4,2% dice di aver provato molto meno piacere del previsto.

-Il 4,2% dice che è stato meno romantico rispetto alle aspettative, spesso dovute a cinema o società.

-L’1,5% dice che non si aspettava o avrebbe voluto farlo in un luogo diverso.

Ritualità

  • La maggior parte delle persone non ha creato e non si è ritrovata in un contesto speciale costruito (creato: 406persone NO, 90 SI; ricevuto: 389 persone NO, 104 SI).
  • Si riscontra, tuttavia, che quasi tutte le persone (media del 90%) che lo hanno creato o ricevuto erano in una relazione, pensavano che la perdita della verginità fosse un momento importante e l’hanno trovata un’esperienza positiva.

Influenza dei fattori esterni

I fattori esterni che sembrano avere più impatto sono quelli di contesto e reputazione, seguiti dalle pressioni partner e degli amici, spesso presenti contemporaneamente.

Confronto diretto e indiretto sulla verginità

  • Il 74% non ha mai mentito sulla propria verginità, il 26% sì.
  • La motivazione più frequente che porta a mentire sembra essere una presunta età sbagliata (55%), 32% perché persa troppo tardi e 23% troppo presto.
  • Il 24% di persone ha mentito perché dire di non essere vergine aumentava la sua considerazione degli altri
  • La maggior parte delle persone si sono confrontate con qualcuno dopo aver perso la verginità. Il 75% si è confrontato con gli amici, il 25,5% con il partner, l’8% con i genitori, il 7,6% con fratelli e sorelle.

Peso della verginità altrui sulla propria sessualità

Influenza della verginità altrui sulla propria sessualità
Non Influenzati 51%
Influenzati 49% Positivamente Negativamente
68% 32%
Motivazione senso di responsabilità 96% 92%
ansia da prestazione 4% 8%
  • Sia negativamente che positivamente, il carico principale nell’avere rapporti con vergini sembra essere la presunta responsabilità di cui si viene investiti, emotivamente e fisicamente, nel dover guidare il rapporto.
  • Delle 52 che sono state influenzate positivamente,22riconoscono il motivo nel sentirsi speciali per essere il primo, ma solo 5 esplicitanoil fatto che per il partner fosse importante, per gli altri sembra essere una supposizione e in 5 casi è esplicitamente un’esaltazione dovuta al fatto che la persona è vergine.

Influenza della propria prima volta sulla propria sessualità

Perdita o inizio?

Cosa perdiamo quando perdiamo la verginità? Questa domanda sorge spontanea quando ci interroghiamo su quello che è il nostro ingresso nella sfera sessuale. Perdiamo noi stessi o solo una parte di noi? Ci perdiamo per ritrovarci più vicini a un altro, come direbbe Battisti?

Qualunque sia questo vuoto che la prima esperienza sessuale ci lascia, credo che il termine abbia molto poco a che vedere con le sensazioni che proviamo la prima volta in cui abbiamo un rapporto fisico con qualcuno. Sono anni ormai che questa domanda mi tormenta e devo dire che ora che credo di aver trovato la risposta a questo enigma linguistico che avvolge di mistero la fatidica “prima volta”, sono piuttosto delusa.

Estremamente banale e per questo ineccepibile, la perdita a cui incorriamo è quella della condizione di verginità. Così sembra tautologico, eppure questa definizione dell’Enciclopedia Treccani è molto sottile nel rivelarci la soluzione: la verginità è la condizione di chi non ha avuto rapporti sessuali completi. La condizione di verginità è, quindi, uno stato di purezza originaria, di castità intatta e di innocenza fisica e spirituale che il primo rapporto sessuale penetrativo intacca inesorabilmente.

Aver spostato l’attenzione dall’ingresso nella sfera sessuale alla condizione di purezza perduta, ha creato una serie di fraintendimenti e di significati aggiunti che hanno reso particolarmente contraddittorio e importante (anche pesante) il momento del primo rapporto sessuale penetrativo.

Infatti, persa la valenza di passaggio, di esperienza comune e paritaria tra due persone all’interno del mondo dell’affettività sessuale, vergine diviene sinonimo di fanciulla che assorbe nel suo significato primario la purezza e la castità di cui l’uomo la priva nel momento in cui la penetra per la prima volta, con il sangue come sigillo che macchia l’avvenuta corruzione.

Il mistero dell’imene

Ad essere distrutto sarebbe l’imene, essere fantomatico che nessuno ha avuto mai la forza di comprendere più a fondo per scoprire che non è vero che si rompe.

L’imene è una membrana che si trova all’ingresso della cavità vaginale femminile che può avere tantissime forme diverse e non ricopre praticamente mai l’intera superficie. Nei rari casi in cui questo avviene si parla di imene imperforato, una patologia che viene di solito risolta con un piccolo intervento chirurgico detto imenectomia. Quasi sempre, quindi, l’imene nelle sue diverse forme e dimensioni copre solo parzialmente l’esterno della vagina.

Essendo una membrana elastica, quando avviene la penetrazione dell’organo maschile, questa si allunga permettendo il passaggio del pene senza grandi difficoltà. A volte la membrana può essere più rigida e slabbrarsi leggermente, provocando una piccola perdita di sangue, ma questo può succedere non soltanto la prima volta.

Lo stesso discorso vale per il frenulo maschile, lembo di pelle elastico al pari dell’imene che talvolta se non ben lubrificato o troppo sollecitato può rompersi con una leggera perdita di sangue.

Dunque non perdiamo proprio nulla. La perdita della verginità si configura sempre di più come un passaggio emotivo e psicologico che come un effettivo cambiamento fisico. Passaggio di cui, se non informato, il partner non può nemmeno rendersi conto.

Eppure nel corso dei secoli proprio attraverso il mito del sangue si è cercato di controllare la sessualità femminile, prova tangibile della verginità persa nella prima notte di nozze. Se la ragazza non sanguina vuol dire che non è vergine.

Questo apparentemente semplice e falso mito nasconde dinamiche di potere e oppressione molto più grandi, che hanno portato alla diffusione di pratiche aberranti come l’imenoplastica, il ripristino dell’imene, e il test della verginità, condannato dall’ONU nell’ottobre del 2018 come violazione dei diritti umani delle donne e una forma di violenza sessuale.

Nonostante questo, in Afghanistan la pratica del test della verginità continua ad essere utilizzata soprattutto dalle autorità della polizia, in Indonesia è obbligatoria per tutte le donne che vogliono entrare nell’esercito, con la motivazione che

“Se hanno fatto sesso, se sono indecenti, non hanno una mentalità sana. Per un soldato la cosa più importante è la mentalità”

Anche in Marocco e in alcune comunità turche il test è abbastanza comune prima del matrimonio su richiesta del padre della sposa o del futuro marito. A volte la madre della sposa impone il “certificato di verginità” come misura di sicurezza per proteggere la figlia da eventuali accuse dopo il rito nuziale.

Il test della verginità e l’imenoplastica sono pratiche diffuse in tutto il mondo, negli Stati Uniti sono legali e, secondo uno studio del 2017 del Guardian, negli USA su 288 ostetrici e ginecologi intervisti, 45 (16%) hanno ammesso di aver ricevuto almeno una volta la richiesta di eseguire un virginity test e 13 di loro hanno confessato di aver acconsentito all’esame.

Aspettative dolorose

A parte le conseguenze più estreme e crudeli, i miti costruiti intorno alla perdita della verginità continuano ad avere un peso molto rilevante nell’immaginario dei giovani e soprattutto delle giovani d’oggi.

Analizzando i risultati del questionario “Il ‘valore’ della verginità”, è possibile constatare quanto l’aspettativa di dolore sia presente nella mente delle ragazze.

In particolare, delle 22 persone che hanno trovato la prima volta migliore delle loro aspettative, per 5 (22,7%) è stato così perché si aspettavano di provare molto più dolore.
Per quanto riguarda, invece, le 119 persone che hanno trovato l’esperienza peggiore del previsto, la motivazione per 19 ragazze (16%) è stata che hanno provato più dolore del previsto.

Che sia in positivo o in negativo, il 6,5% sul totale chiama in causa il dolore come fattore determinante nelle aspettative legate alla prima volta. Le ragazze si affacciano sulla soglia della perdita della verginità con racconti di sofferenza e sangue che inevitabilmente condizionano il modo in cui vivono questo passaggio.

Come ogni profezia auto avverante che si rispetti, il solo fatto di aspettarsi di provare dolore non fa che aumentare l’ansia, generando uno stato di tensione e contrazione che rende il rapporto inevitabilmente doloroso.

È il mito del dolore stesso, non il rapporto sessuale, a nutrirsi nei secoli presentando la perdita della verginità come un momento delicato, doloroso e, quindi, importante. Perché se dobbiamo vivere questa tortura dovrà valerne la pena no?

Ed ecco che pezzettino dopo pezzettino il nostro puzzle della verginità diventa un quadro sempre più complesso e sempre più stravolto da quello che naturalmente sarebbe. Ecco che subentra l’amore, il voler aspettare la persona giusta per strappare il cerotto insieme.

Ovviamente ci sono anche molti altri fattori che vengono a sommarsi, soprattutto quello religioso che però era presente fin dall’inizio. Perché chi è, in fondo, che da secoli e secoli si impegna ad intervenire attivamente sulla gestione della sessualità umana? A chi mai sarà dovuto l’ideale di purezza e innocenza primordiale che non dev’essere intaccata dal peccato terreno? I valori che ha diffuso si sono talmente riverberati nel tempo da essere diventati parte del credo collettivo.

Ma non è mia intenzione né di mia competenza stendere un trattato filosofico sull’influenza della Chiesa sul controllo della sessualità umana.

Ciò su cui, invece, voglio soffermare l’attenzione è quanto il valore della verginità sia un mito culturale, un costrutto sociale dovuto a meccanismi di potere e di controllo che non hanno nulla a che vedere con l’esperienza fisica del primo rapporto.
A mio avviso è fondamentale spogliare la “prima volta” di tutti questi strati di cui è stata rivestita perché ad oggi questo mito continua ad essere terribilmente presente anche con conseguenze molto gravi.

La responsabilità

La prima conseguenza che mi sento di criticare è il senso di responsabilità di cui la prima volta sembra rivestire il partner.

Delle 161 persone che nel questionario “il ‘valore’ della verginità” hanno detto di aver fatto sesso con una persona vergine, il 30% sostiene di aver sentito, nel bene e nel male, un senso di responsabilità nei confronti dell’altro che lo ha fatto sentire speciale. Solo 5 persone hanno esplicitato il fatto che per il partner quel momento fosse importante, molti altri lo hanno semplicemente supposto e si sono comportati di conseguenza.

Personalmente credo che questa dinamica di auto responsabilizzazione sulla base della considerazione generale che si ha della verginità sia molto pericolosa.
L’effetto che sortisce è quello di impedire a chi vive in prima persona il primo rapporto penetrativo di dare un significato proprio a quell’esperienza.

Ragazzi e ragazze che si rifiutano di avere un rapporto sessuale con una persona vergine perché non vogliono sentire il peso della responsabilità che farci sesso implicherebbe, creano traumi, fanno sentire sbagliati e, purtroppo, non sono una rarità.

Per non parlare del caso opposto in cui essere il primo a varcare confini insondati genera un’esaltazione per la conquista che è altrettanto problematica.

Se attraverso il questionario non è stato possibile registrare i dati della prima situazione, 5 persone su 22 che sono state influenzate positivamente dal sapere che il partner era vergine hanno esplicitato la loro eccitazione sessuale al riguardo.

Ognuno dovrebbe avere il diritto di dare il suo significato alle proprie esperienze. Soprattutto quando la visione generale della verginità e così limitata e limitante.

La penetrazione

Per muovere la seconda critica vorrei tornare alla definizione dell’Enciclopedia Treccani: la verginità è la condizione di chi non ha avuto rapporti sessuali completi.
Il sesso, per essere considerato tale, deve essere penetrativo.
Tutto il resto è preliminare.

Adesso fermiamoci un attimo ad analizzare questo termine per assorbire fino in fondo quanto sia carico di portato ideologico: prae-limen, prima del limite, un qualcosa che sia per il prefisso pre-, che per il significato di soglia, varco deve necessariamente avere un seguito per non rimanere inconcluso e, quindi, non effettivamente sesso, ma “quello che viene prima”.

Concepire il sesso esclusivamente come penetrazione, oltre a ignorare le migliaia di sfaccettature che il piacere e i rapporti fisici possono avere, significa puntare tutti i fari su un unico, fondamentale momento che inevitabilmente finisce per essere sopraffatto da tutte le ansie e di cui è stato caricato. Dall’eiaculazione precoce alle difficoltà di erezione, dal vaginismo a semplici complicazioni momentanee, i problemi spesso vengono fuori proprio durante quello che dovrebbe essere l’evento principale della sessualità.

Il momento della penetrazione è stato caricato a tal punto di pressioni sociali da avere effetti anche molto pesanti sull’io e sul partner.

Ne è un esempio palese quello dell’ansia del preservativo e la diffusione di rapporti non protetti. Comportando il preservativo qualche difficoltà in più, soprattutto nei primi approcci, molti ragazzi lo vivono come una minaccia alle proprie prestazioni e in questo modo finiscono per condizionare anche la scelta del partner.

Nel questionario “il ‘valore’ della verginità” 106 persone (23% sul totale) non hanno usato alcun tipo di precauzione durante il primo rapporto sessuale penetrativo. Tra le motivazioni riportate, un dato curioso è costituito dal 15% che indica “il partner mi ha chiesto di non usarlo”. Di 16 persone che hanno riportato questa motivazione, 15 sono donne. La verità che emerge è che sono principalmente i partner maschili a chiedere di non usare il preservativo.

A questa va sommata la controparte maschile che indica esplicitamente un disagio legato al preservativo, ossia un 7,8% che “non riusciva a mettere il preservativo” e un 3,5% che “con il preservativo non sentiva niente”. L’ansia di fallire nel momento più importante del rapporto porta sempre più giovani a eliminare tutte le possibili pressioni aggiunte finendo per sacrificare la tutela del proprio corpo.

Ampliare la concezione del sesso a tutte le sfaccettature che contornano la penetrazione contribuirebbe a diminuire significativamente le ansie di prestazione e le conseguenze su di sé e sulla relazione.

E, soprattutto, cominciando a concepire la penetrazione come solo una delle possibili attività sessuali potremo cominciare a riconoscere la ricchezza di tutte le diverse pratiche decostruendo le gerarchie culturali che hanno (im)posto una concezione del sesso esclusivamente fallocentrica.

Per tornare al nostro sondaggio, il 93,5% considera la prima volta un rapporto sessuale con penetrazione. Solo il 4,8% la considera un rapporto senza penetrazione, di cui 7 (30%) sono donne che hanno avuto un rapporto con una persona del loro stesso sesso. Concepire il sesso come esclusivamente penetrativo fa arrivare al paradosso di credere che due ragazze omosessuali sessualmente attive siano vergini.

Il valore delle cose

In conclusione, credo che sia giunto il tempo di riappropriarci del potere di dare un nostro valore alle parole.

Ad oggi la società in cui viviamo sta attraversando una fase contraddittoria, è un ibrido tra le conquiste sociali, sessuali e personali che sentiamo finalmente nostre e residui retrogradi che continuano a mostrarsi in tutto il loro peso.

Cambiando le parole si interviene direttamente sulla realtà, ampliando i significati si accolgono tutte le sfaccettature che ci circondano. Smettiamo di appellarci a antichi modi e accettiamo la responsabilità di vivere in prima persona la nostra vita.

Il “valore” della verginità è un’imposizione culturale, riprendiamoci la libertà di essere attivi nel rendere importante qualcosa, di scegliere consapevolmente quello che vale e che conta per noi, a prescindere da tutto il resto.